La Dimitrios House Museum è una casa che non ha mai smesso di vivere: espressione di come interpretazione del patrimonio e autenticità possano convivere in una casa-museo (Zagori – Grecia)
Conversazione con Dimitris Ioannidis
Negli ultimi due anni ho avuto l’opportunità di lavorare all’iniziativa Learning Landscapes di Interpret Europe, accompagnando come mentor due dei quattro Siti del Patrimonio Mondiale UNESCO coinvolti nello sviluppo delle loro strategie interpretative.
Durante i numerosi incontri tra mentor e agenti, ho conosciuto Dimitris Ioannidis, architetto e heritage manager. Insieme a Kalliopi Stara, con il supporto di Valya Stergyoti come mentor, si è occupato della strategia interpretativa della buffer zone del sito UNESCO di Zagori, in Grecia.
Il progetto su cui lavoravamo era complesso e ambizioso, ma ciò che mi ha colpito di più è stato un percorso parallelo, molto più intimo: la trasformazione della sua casa di famiglia in un museo.
Se costruire una strategia interpretativa è una sfida collettiva, istituzionale, fatta di visioni condivise e processi articolati, trasformare la propria casa in un museo è tutt’altro: è un gesto personale, quasi esistenziale. Da questa curiosità è nata una conversazione che tocca, credo, alcuni nodi profondi del nostro lavoro.
Dimitris, il tuo progetto nasce da una casa di famiglia. Quando hai capito che poteva diventare qualcosa da condividere con altri?
La mia casa è stata costruita nel 1875 ed è rimasta nella mia famiglia per cinque generazioni. Non è mai stata davvero abbandonata: ogni generazione l’ha abitata, anche solo per periodi, contribuendo a mantenerla viva. Credo che questo sia un aspetto fondamentale. Spesso parliamo di conservazione, ma qui la conservazione è avvenuta attraverso l’uso continuo. Nel tempo ci sono stati cambiamenti, certo, ma la struttura, gli spazi e molti elementi interni sono rimasti intatti. La casa ha conservato un forte senso di autenticità. C’è poi un elemento molto particolare: uno studio medico aperto nel 1894 da mio bisnonno. Dopo la sua morte, mia nonna ha chiuso quella stanza, lasciando tutto com’era. Ancora oggi è intatta. Non solo negli oggetti, ma anche nell’atmosfera — persino nell’odore dei medicinali.
Il racconto che fai, questa continuità dell’esperienza, fa riflettere sul valore di un’autenticità non mediata, rispetto a quella costruita narrativamente. Da architetto, immagino che progettare una casa-museo sia molto diverso dal progettare un museo “tradizionale”.
Sì, ed è proprio questo il punto centrale. Questa casa non è una collezione assemblata per costruire una narrazione. Non è un’esposizione progettata. La disposizione degli oggetti, l’uso delle stanze, gli arredi: tutto deriva dal funzionamento reale della casa. È un ambiente vissuto, non una ricostruzione. Quando viaggio cerco sempre di visitare case-museo simili. Un esempio che trovo molto riuscito è il Charles Dickens Museum a Londra. Ma nel mio caso c’è una continuità familiare che rende l’esperienza ancora
diversa.
In un contesto come Zagori, dove molte dimore storiche sono state abbandonate o trasformate in strutture turistiche spesso snaturate, la tua scelta è controcorrente. C’è stato un momento preciso in cui hai capito che questa casa meritava di diventare una casa-museo?
Sì, quando mi sono trovato a essere il custode della quinta generazione. Mi è sembrato chiaro che un patrimonio di questo tipo non dovesse restare privato. Anche perché, guardandomi intorno, vedevo molte case simili abbandonate o trasformate in modo irreversibile. Io invece volevo offrire la possibilità di entrare in una vera casa di Zagori: con i suoi soffitti intagliati, gli oggetti quotidiani, gli spazi così come sono stati vissuti.
Negli ultimi tre anni ho iniziato ad aprirla ai visitatori, da maggio a ottobre, continuando ad abitarla. Le reazioni sono state molto positive. Questo mi ha convinto ad andare avanti e a lavorare per trasformarla in un museo riconosciuto. Naturalmente non è semplice, soprattutto dal punto di vista economico. Per raggiungere certi standard servirà probabilmente il supporto di un’istituzione.
Vedi questa casa solo come uno spazio per visitatori o anche come un luogo per la comunità?
Oggi la sfida per un museo non è solo attrarre visitatori, ma diventare parte della vita della comunità. Mi piacerebbe che la casa ospitasse piccoli eventi: concerti, presentazioni di libri, incontri. Allo stesso tempo bisogna essere realistici. Ci sono costi di gestione, una stagione turistica limitata, e il numero di residenti nella zona sta diminuendo. Sono aspetti che vanno affrontati con attenzione.
C’è anche un tema delicato: raccontare la propria famiglia. Come decidi cosa condividere?
Cerco di raccontare la storia nel modo più completo possibile. I visitatori sono spesso molto curiosi, fanno anche domande personali. Ma lo vedo come un segno di coinvolgimento. È come se, per un momento, si sentissero parte della famiglia.
Indubbiamente il fatto che tu sia presente come guida rende l’esperienza molto potente: i visitatori non si sentono spettatori, ma ospiti. Tuttavia questo apre una domanda inevitabile: cosa succederà quando il narratore non ci sarà più?
So che questo approccio non potrà funzionare per sempre. Non sarò sempre io ad accompagnare le visite. In futuro ci saranno guide, pannelli interpretativi, altri strumenti.
Sarà necessario trovare un modo per trasmettere questa storia anche senza la mia presenza diretta. È qui che il progetto tornerà a dialogare con il nostro campo disciplinare.
Entrare in questa casa, per come Dimitris la immagina, significa attraversare una soglia temporale. Per questo ha fatto una scelta radicale: eliminare ogni traccia di contemporaneità. Nessun oggetto moderno, nessuna interferenza visiva. Solo ciò che appartiene al passato. Il risultato non è una scenografia, ma una sospensione del tempo. Eppure, non ci sono pannelli invadenti né narrazioni forzate. È lo spazio stesso
a parlare.
Qui si apre una domanda interessante per chi si occupa di interpretazione: quanto possiamo lasciare che sia il luogo a raccontare, invece di sovrascriverlo con dispositivi interpretativi?
Dimitris insiste su un principio chiave: questa casa-museo non è una collezione costruita per raccontare una storia. È il contrario. La disposizione degli oggetti, l’uso delle stanze, gli arredi — tutto deriva dalla vita reale della casa. Non c’è curatela nel senso tradizionale, ma fedeltà a un sistema esistente.
Il progetto di Dimitris Ioannidis non offre risposte definitive. Ma apre uno spazio di riflessione raro, in cui patrimonio, memoria e vita quotidiana si intrecciano senza soluzione di continuità. Ed è proprio lì, in quello spazio, che l’interpretazione del patrimonio può ritrovare una delle sue forme più autentiche.
Non è solo un caso interessante. È un laboratorio vivo per chi lavora in questo campo.
Ci mette di fronte a domande essenziali:
- dove finisce l’autenticità e dove inizia la progettazione?
- quanto è giusto intervenire su un luogo già carico di significato?
- il patrimonio è più potente quando è mediato o quando è semplicemente abitato?
- che ruolo ha la dimensione personale nella costruzione di esperienze culturali?
E forse, soprattutto: stiamo progettando musei o stiamo creando le condizioni perché i luoghi possano, davvero, parlare da soli?
Dimitris Ioannidis è un architetto e heritage manager. Pur risiedendo ad Atene, trascorre sei mesi all’anno a Zagori, dove sta lavorando per trasformare la sua casa di famiglia in un museo dedicato alla storia e alla cultura locali. È possibile contattarlo all’indirizzo: zagoristas@gmail.com




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