Non è il tartufo il vero tesoro: viaggio nel patrimonio immateriale della “cerca”
Sono appena rientrata da tre giorni nella Valle del Tevere, un vero e proprio viaggio nel patrimonio immateriale, trascorso nei boschi, tra alberi, cani, tartufi e persone che custodiscono un sapere antico.
Ad introdurmi a questo mondo c’era Alessandro, amico da oltre quindici anni, allevatore e cercatore di tartufi da molto prima che le nostre strade si incrociassero. Con noi tre lagotti romagnoli: Urka, l’esperta, Gioia, la timida ribelle e Sciopa, una cucciola di appena quattro mesi che sta imparando il mestiere osservando le più esperte.

Il bosco ha un suo modo di chiedere silenzio. Serve tempo. Basta poco per distrarsi e perdere quella presenza che permette di vedere davvero ciò che accade intorno. Anche chi è cresciuto dentro questo sapere, ogni tanto, ha bisogno di essere richiamato a quell’ascolto.
Eppure, tornando a casa, mi sono resa conto che il vero protagonista di questa esperienza non era il tartufo.
Era la relazione.
La relazione tra il cane e il suo compagno umano. La relazione tra il bosco e le specie che lo abitano. La relazione invisibile tra gli alberi e il fungo che cresce sotto terra. La relazione tra chi ha ricevuto un sapere e sente il dovere di trasmetterlo.
Ed è proprio per questo che nel 2021 l’UNESCO ha riconosciuto la cerca e cavatura del tartufo come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. Non per il valore economico del tartufo, né per il suo prestigio gastronomico. Ma perché questa pratica racchiude conoscenze e competenze tramandate oralmente da generazioni, profondamente legate alla conoscenza degli ecosistemi, delle stagioni, dei suoli, delle piante e del comportamento animale.
Nel bosco si comprende bene quanto tutto sia connesso.
Sotto i nostri passi esiste una rete invisibile. Il tartufo nasce dall’incontro tra le radici di un albero e un fungo che a quelle radici si lega in modo permanente, scambiando nutrienti e sostegno reciproco. È il risultato visibile, e raro, di un processo che può durare anni e che avviene lontano da ogni sguardo. Quando un cane lo trova, in realtà sta riportando in superficie la traccia di una collaborazione che il bosco ha costruito da solo.
Anche il lavoro del cane nasce da una relazione.
Osservare Alessandro con i suoi cani significa assistere a qualcosa di molto lontano dall’idea di addestramento come imposizione. La cerca viene proposta come un gioco. Viene valorizzata una predisposizione naturale. I cani che mostrano entusiasmo e piacere nel lavoro vengono accompagnati a sviluppare le proprie capacità. Quelli che non manifestano questo interesse seguono altre strade.
Non c’è forzatura.
C’è ascolto.
Parlando dei suoi cani e di quella rete invisibile sotto i nostri piedi, Alessandro mi ha detto una cosa semplice: che nessuno, nel bosco, lavora da solo. Non l’albero, non il fungo, non il cane, non lui.
Lo diceva pensando alla terra, ma quella frase riguarda anche noi. Le comunità, i gruppi di lavoro, le conoscenze che passano da una generazione all’altra crescono nello stesso modo: attraverso relazioni che permettono a ciascuno di dare e ricevere qualcosa.
In un’epoca in cui siamo abituati a misurare tutto in termini di prestazione e produttività, la cerca del tartufo continua a ricordarci che alcune cose funzionano solo quando esiste una relazione autentica.
Come ogni patrimonio vivente, anche questo è fragile. L’UNESCO ha evidenziato i rischi legati all’eccessiva commercializzazione della pratica, alla pressione turistica e alla necessità di tutelare gli ecosistemi e il benessere animale.
Quando un patrimonio viene ridotto a prodotto turistico, rischia di perdere ciò che lo rende significativo. Quando il tartufo diventa soltanto una merce, si perde la storia delle persone, dei cani, dei boschi e delle conoscenze che lo rendono possibile. Si perde, soprattutto, il tempo: quello che la terra impiega per formare un tartufo, quello che un cane impiega per imparare a cercarlo, quello che una persona impiega per imparare ad ascoltare un cane.
Nessuna di queste cose si può comprare.
Si può solo accompagnare. O tradire.
Qui credo che l’interpretazione del patrimonio possa offrire un contributo importante.
L’interpretazione non serve a vendere un luogo o un’esperienza. Serve a creare connessioni significative. Aiuta le persone a comprendere perché qualcosa conta, quali valori custodisce e quali relazioni sostiene. Non aggiunge nulla che già non ci sia nel bosco: rende semplicemente visibile ciò che, da soli, faremmo fatica a vedere.
Ma non si limita a trasmettere informazioni. Invita ciascuno a interrogarsi sul proprio modo di stare nel mondo: quanto della nostra vita è costruito sulla competizione e quanto sulla cooperazione? Non basta capire cos’è una micorriza. La domanda più interessante è un’altra: dove esistono relazioni simili nella mia vita? Con chi sto costruendo una rete di scambio reciproco? Con chi sto collaborando per generare qualcosa che da solo non potrei creare?
Il compito non è portare più persone a cercare tartufi. È aiutare più persone a comprendere ciò che la cerca del tartufo ci insegna. Che le cose più preziose nascono lentamente, attraverso relazioni che non sempre vediamo. Proprio come il tartufo sotto terra. Proprio come molti dei tesori che contano davvero.

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